Medio Oriente, la crisi impatta i mercati: le ricadute su petrolio, tassi e Paesi del Golfo

L’attuale situazione geopolitica Mediorientale, che ha interessato le aree del Golfo Persico e lo strategico Stretto di Hormuz, sta generando grande instabilità sui mercati azionari. Per fare chiarezza su quello che sta accadendo dal punto di vista macroeconomico, David Pascucci – market analyst di XTB – traccia un primo bilancio degli effetti economico-finanziari di questo conflitto.

LA SITUAZIONE ATTUALE DEL PETROLIO

Il petrolio in questi giorni ha subito un cosiddetto squeeze, crescendo fino a quasi 120 dollari e successivamente scendendo a quota 100 dollari. La situazione generale non è buona: già il superamento di area 80 dollari poteva essere un problema nel breve periodo, e ora ci troviamo ampiamente sopra questi prezzi. Vista la situazione tecnica, a meno che non ci siano novità importanti sul fronte geopolitico che possano ribaltare la situazione, il petrolio è improntato in forte rialzo e il superamento di area 80 dollari, poi 93 dollari, sta segnando il cambio di tendenza di lungo termine.

EFFETTO INFLAZIONE- RALLENTAMENTO ECONOMICO

Questo rialzo di prezzo potrebbe essere molto impattante sull’inflazione globale. Dopo i dazi, abbiamo ora il prezzo del petrolio che rappresenta quello che viene definito uno shock “esogeno”, ossia non generato dalla domanda, bensì dall’aumento improvviso di prezzo dovuto ad eventi non controllati dall’economia. Il prezzo dell’energia influisce direttamente sull’inflazione aumentando i costi per famiglie e imprese; pertanto l’aumento di prezzo dei servizi, trasporti, beni, in sostanza tutto ciò che si muove all’interno dell’economia. Aumentano anche i costi di produzione: l’aumento del prezzo dell’energia viene scaricato sulle imprese che andranno a trasferire, in tutto o in parte, questo aumento sul consumatore. Se il petrolio rimarrà ben al di sopra dei 70 dollari (molto probabile nella situazione attuale), per diverse settimane, l’effetto inflazione sarà visibile su scala globale. Questo aumento dell’inflazione risulta però pericoloso in quanto influisce in negativo su famiglie e imprese; pertanto, il rallentamento dei consumi e della produzione potrebbe portare ad un forte rallentamento economico. Lo scenario probabile potrebbe essere in prima battuta quello della stagflazione e successivamente della recessione, sia in Europa che in Usa.

EFFETTO SUI TASSI D’INTERESSE

In questo caso l’equazione “Inflazione alta = Tassi in aumento” potrebbe non essere vera. In presenza di uno shock esogeno così forte e di un aumento dell’inflazione forzato dall’esterno, alzare i tassi sarebbe un duro colpo per l’economia, che si ritroverebbe in sofferenza e con un costo del credito elevato. Tale situazione rallenta anche il sistema finanziario, innescando una spirale negativa che comporterebbe una recessione molto forte. Le banche centrali, quindi, rimangono ancora con una view tendente al taglio dei tassi in Occidente, anche in presenza di un’inflazione in aumento. A giocare un ruolo fondamentale sarà la disoccupazione sia in Usa che in Europa. Qualora dovessimo vedere un’inflazione in aumento e una disoccupazione in aumento (solitamente hanno andamenti opposti), a quel punto le banche centrali saranno costrette a rimanere ferme o addirittura tagliare i tassi in modo aggressivo.

GLI EFFETTI SUL MERCATO AZIONARIO: I TITOLI DI STATO SONO IL PORTO SICURO

Data la situazione sui tassi e su un possibile rallentamento economico, l’effetto sull’azionario potrebbe essere molto negativo e potrebbe durare mesi. Al contrario, vista la possibilità remota di alzare i tassi da parte delle banche centrali, i titoli di Stato sarebbero l’unico vero porto sicuro all’interno dei mercati e del sistema finanziario. Al contrario dell’oro, visto come bene rifugio per eccellenza, i titoli di Stato vengono utilizzati dal sistema finanziario per regolare gli obblighi di riserva utili per la stabilità del sistema, azioni che con l’oro risultano praticamente impossibili. Per il momento i mercati stanno vendendo tutto, sale solamente il petrolio e il Vix (indice della volatilità). In futuro potremmo vedere quindi un flight to quality, ossia la propensione a cercare sicurezza nel mercato obbligazionario a scapito del mercato azionario.

I PAESI DEL GOLFO E LO STRETTO DI HORMUZ

La tensione nell’area è ai massimi livelli. Lo stretto di Hormuz, snodo principale per il commercio tra Asia e Europa, è stato di fatto chiuso con una forte limitazione del traffico internazionale mercantile, primo elemento di crisi dell’area. I problemi arrivano anche dai paesi del Golfo (GCC) che di fatto, essendo stati attaccati, stanno perdendo la loro immagine di “porto sicuro”. Gli avamposti americani, le basi presenti nei paesi del GCC sono state attaccate senza essere state difese in modo adeguato da chi ha promesso la pace nell’area (gli Usa). Questo crea un cambio radicale di immagine dei paesi del GCC, che potrebbero essere ora visti come non sicuri e soggetti geograficamente a ulteriori problemi, sia di natura militare che politica. Ricordiamo che la maggior parte di questi paesi ha una forte dipendenza dal commercio, soprattutto per quanto riguarda il settore alimentare, che vede l’80% di importazioni. Per quanto riguarda l’acqua, questi paesi sono dipendenti da impianti di desalinizzazione, che qualora dovessero essere presi di mira dagli attacchi militari, potrebbero rendere l’area inospitale. L’immagine di questi paesi potrebbe essere altamente compromessa e potremmo assistere alla fuga di imprese, capitali e persone qualora la situazione attuale dovesse peggiorare.